Dott. Paolo Bartalini - Psicologo, psicoterapeuta a Pisa

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Dott. Paolo Bartalini - Psicologo, psicoterapeuta a Pisa Company Information

Informazioni Generali

UN INTERVENTO DOLCE

In ogni approccio terapeutico, indipendentemente dal metodo adottato, il fine è quello di ridurre la differenza tra il livello reale di capacità produttive del sistema lesionato (motorie, espressive, cognitive, percettive etc.) e un ipotetico livello potenziale di capacità operative. Ciò è raggiungibile attraverso una ottimizzazione della produzione attuata attraverso l’esercizio terapeutico. Il superamento della disabilità, tuttavia, oltre ad essere connesso al recupero di abilità operative, è anche dipendente dal recupero di una “indipendenza” capace di indurre nel portatore la massima autonomia, integrazione, autosufficienza.
Definita l’importanza dell’esercizio terapeutico, è necessario sottolineare quella dell’ambiente nel recupero del danno neurologico; è dimostrato che un “ambiente arricchito”, cioè capace di fornire stimoli numerosi e differenziati dai quali derivino gratificazioni immediate, costituisce un significativo strumento di supporto. Un reale processo di recupero, (il risultato dell’atto terapeutico deve tendere alla stabilizzazione e alla riproducibilità di quanto ottenuto), non può prescindere dalla motivazione e quindi dalla gratificazione da cui derivano l’apprendimento e la stabile memorizzazione di quanto appreso. In tal senso acquisisce significato solo un programma terapeutico che, utilizzando ambienti reali, si accosti il più possibile agli interessi del soggetto. Al contrario, i mezzi terapeutici più comunemente usati (tappeto, lettino etc.) non producono spinte motivanti. In tal senso, l’uso di mezzi e ambienti con caratteristiche ludiche, come quelle rappresentate dal cavallo, dall’acqua, dagli ski o da un semplice parco giochi, può risultare di notevole aiuto. Attraverso un corretto uso di tali mezzi è infatti possibile applicare una serie di esercizi finalizzati ad un preciso scopo terapeutico ma in un ambiente che appare meno stereotipato e monotono di quello offerto dalle strutture sanitarie consuete.
I guadagni che possono derivare dall’uso di mezzi e ambienti più stimolanti e accettabili sono indubbi ma in particolare è rimarchevole il fatto che il nucleo familiare ha una maggiore possibilità di scoprire nel disabile delle possibilità latenti e insospettate.
Si tratta di riformulare il trattamento riabilitativo modificandolo nei mezzi e nel contesto piuttosto che nei contenuti.

COME GLI ANIMALI AIUTANO I BAMBINI

Fu per primo lo psichiatra infantile Boris Levinson, nel 1953, ad impiegare gli animali da compagnia nella cura dei suoi piccoli pazienti: ottenne importanti risultati specialmente nei bambini inibiti, con difficoltà nel linguaggio e concentrazione, con comportamenti autistici, con menomazioni del comportamento sociale e culturale. Dalle sue esperienze elaborò la “psicoterapia infantile assistita dagli animali” o “Pet Therapy”, come è stata chiamata dagli anglosassoni.
Due sono i meccanismi più evidenti attraverso i quali bambino e animale instaurano una immediata e positiva relazione: il gioco e la comunicazione non verbale, canali preferenziali di scambio perché entrambi spontanei e naturali, cioè non mediati da imposizioni o regole predefinite.
L’efficacia del rapporto tra bambino e animale è stata confermata negli anni in modo rigorosamente scientifico ed è stata applicata per molteplici scopi:

Þ effetti a livello relazionale
• Investimento emotivo verso l’esterno
• Miglioramento della propria immagine e della conoscenza di sé
• Sviluppo della fiducia in se stesso
• Elaborazione di nuove relazioni, sviluppo dell’integrazione sociale
• Apprendimento della responsabilità e della cooperazione
• Capacità di rispettare le regole
• Possibilità di apprendere attraverso l’esperienza
• Esperienza di un legame di “dipendenza”, di cura

Þ effetti a livello psicologico
• Percezione del tempo che passa e che manca
• Abilità cognitive di base: problem-solving, creatività, memoria, concentrazione
• Acquisizione di competenze specifiche e nozioni
• Capacità decisionali ed autogestionali
• Riequilibrio della personalità
• Maggiore tolleranza delle frustrazioni

L’animale può essere determinante per una più rapida e globale acquisizione del senso di responsabilità e per il raggiungimento di una più evidente stabilità affettiva ed emozionale: proprio tali elementi contribuiscono notevolmente ad un migliore rendimento scolastico.
Inoltre, il cane o il gatto possono diventare strumenti con cui dominare situazioni di ansia e paura che insorgono inevitabilmente durante la crescita: è il meccanismo di proiezione che serve ad acquisire sicurezza e stabilità emozionale, mentre con quello di identificazione si acquista il senso della propria identità, attraverso il quale il bambino riesce ad esprimere sentimenti che altrimenti non sarebbe capace di esternare in modo diverso.

PERCHE' IL CAVALLO

Il cavallo di per sé rappresenta una presenza viva, concreta, affettiva, in grado di sollecitare sentimenti ed emozioni intense. Pertanto, non vanno considerate soltanto le numerose stimolazioni e funzioni psico-motorie che l’andare a cavallo sollecita, ma anche e soprattutto quell’importante componente relazionale che si stabilisce tra la persona e l’animale e che fornisce una marcia in più all’intervento terapeutico.
A differenza di altri trattamenti riabilitativi, il rapporto che si crea nell’ambito della terapia con il cavallo non è più tra paziente e terapista ma diventa una relazione triangolare in cui il cavallo assume un ruolo fondamentale definito di “co-terapista”. Il cavallo permette così all’individuo di scoprire che il proprio deficit non va rimosso o “aggiustato”, ma piuttosto va accettato come tale e come tale va integrato per un miglior controllo e una migliore esperienza di se stesso come individuo nei confronti della realtà circostante.
Il terapista cede il suo ruolo di fornitore primario di esperienze senso-motorie al cavallo, assumendo ruoli meno diretti ma altrettanto indispensabili. Il cavallo infatti non è di per sé uno strumento terapeutico onnivalente ma diventa tale solo se controllato dal terapista, che assolve il delicato ruolo dell’interprete e del mediatore nella relazione che si viene a creare tra l’uomo e l’animale.
Il grandissimo contributo offerto dal cavallo inoltre, è la numerosa quantità di stimolazioni neurosensoriali che l’animale, con la sua particolare andatura, trasmette simultaneamente sia a livello analitico che globale del cavaliere: è un carico di opportunità esperienziali in termini visuo-spaziali, tattili, cinestetiche e propriocettive che incidono sulla maturazione psicomotoria dell’individuo.
Attraverso le attività a cavallo i pazienti imparano a sentire il loro corpo e quindi ad acquistare l’esperienza dell’altro; è la conoscenza del proprio corpo il primo strumento per esplorare e acquisire esperienze con il mondo esterno. In particolare, il caratteristico movimento “sinusoidale”, che si svolge cioè nei tre piani dello spazio (frontale, trasversale e sagittale), esercita sul soggetto un’importante influenza già solo a livello passivo. Il paziente sopra il cavallo, al passo, subisce il suo movimento lento, ondulatorio, ritmico come un vero e proprio dondolio che, oltre ad un effetto rassicurante per la somiglianza al battito cardiaco, crea un adattamento riflesso nei movimenti del cavaliere, che per il solo fatto di essersi automaticamente adattato a tale movimento, crea un sistema di scambio di natura tonico-corporea, una sorta di dialogo tonico. Inoltre, per quei pazienti i cui gravi problemi motori impediscono la deambulazione, il cavallo può significare, mediante l’affinità fra la tridimensionalità del suo passo con quello dell’uomo, la possibilità di sperimentare questa preziosa tappa di sviluppo.
Successivamente a questo, che inizialmente sarà solo un adattamento “passivo”, il paziente a cavallo presenterà reazioni “attive”, di equilibrio e raddrizzamento ai forti imput che dal cavallo provengono attraverso le variazioni di velocità, lunghezza e cadenza del passo come pure attraverso i cambi di direzione.
Dunque emerge un rapporto affettivo con l’animale ma anche un attività di carattere ludico-sportivo; questo significa che la seduta non si presenta mai ripetitiva, noiosa e prevedibile ma finalizzata a “scuotere” lo spirito ed a stimolare funzioni mentali e corporee di individui spesso rassegnati o assopiti. Esiste anche una condivisione di emozioni quando è possibile svolgere un lavoro di gruppo (formato al massimo da 3/4 elementi) in cui sono riscontrabili fiducia e collaborazione difficilmente individuabili in altre esperienze terapeutiche.
Ricordiamo infine che, divertendosi e quasi senza accorgersene, l’individuo, arrivando a dirigere da solo il proprio cavallo e a stabilire con lui un’armonica interazione, realizza automaticamente un recupero di sentimenti di sicurezza e autostima che conduce ad un netto miglioramento dei suoi rapporti sociali.
Mediante la riscoperta di sé e delle sue capacità insospettate, si rinnovano tutte le sue potenzialità di relazione con i familiari e tutto l’ambiente che lo circonda, favorendo e realizzando quella dimensione affettiva e sociale necessaria per uno sviluppo armonico della personalità dell’individuo portatore di handicap.

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psicologo, psicoterapeuta

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